Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di MINDFULNESS, una parola che può sembrare complessa ma che, in realtà, indica qualcosa di molto semplice: imparare a essere presenti, qui e ora, con attenzione e senza giudicarci. Questo approccio è stato portato in ambito scientifico soprattutto grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, fondatore del programma Mindfulness-Based Stress Reduction, che ha diffuso la pratica della consapevolezza nella medicina e nella psicologia.
Ma la mindfulness non è solo meditazione, è un modo diverso di vivere le esperienze quotidiane, rendendoci più consapevoli, compreso il nostro rapporto con il cibo.
Spesso mangiamo senza rendercene conto: davanti alla televisione, mentre lavoriamo, quando siamo nervosi o annoiati. Mangiamo in automatico. La mindfulness ci invita invece a fermarci un attimo e a chiederci: “Che tipo di fame sto sentendo davvero?”
Perché non esiste un solo tipo di fame.
C’è la fame fisica, quella reale del corpo. Arriva gradualmente: lo stomaco brontola, ci sentiamo stanchi, magari facciamo più fatica a concentrarci. Quando è fame fisica, non abbiamo bisogno di un cibo preciso: va bene qualsiasi alimento che nutra davvero. Questa è la fame che il corpo ci chiede di ascoltare e rispettare.
Poi c’è la fame emotiva. Questa non nasce dallo stomaco, ma dalle emozioni. Può comparire all’improvviso dopo una giornata stressante, una discussione o un momento di tristezza. Spesso ci spinge verso cibi specifici, i “comfort food” come dolci o snack, e dopo aver mangiato può lasciare un senso di colpa. In questi casi, il cibo non è il vero bisogno: magari abbiamo bisogno di riposo, di conforto o semplicemente di una pausa.
Esiste anche una fame mentale, fatta di pensieri e regole interiori: “È ora di pranzo, devo mangiare”, oppure “Non dovrei mangiare questo”. È la voce critica che ci giudica o ci impone schemi rigidi. Non è il corpo a parlare, ma la mente.
Infine, c’è la fame sensoriale, che nasce dai sensi: il profumo del pane caldo, la vista di un dolce invitante, una pubblicità. Non partiamo da un bisogno fisico, ma da uno stimolo esterno.
La mindfulness non ci dice cosa mangiare e non impone regole. Ci insegna piuttosto a fare una pausa tra l’impulso e l’azione. Anche solo tre respiri profondi prima di iniziare a mangiare possono aiutarci a capire meglio cosa sta succedendo dentro di noi.
Imparare a distinguere i diversi tipi di fame non significa controllarsi di più, ma ascoltarsi meglio. Significa trattarsi con maggiore gentilezza, smettere di combattere con il cibo e iniziare a riconoscere i propri bisogni reali.
Tutto parte da un gesto semplice: fermarsi e portare attenzione al momento presente.
(Articolo della dottoressa Della Bianca Maddalena)